Direttore responsabile Alfonso Lo Sardo

Presentato il XII rapporto Nomisma sull’Agricoltura italiana

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09.02.12
Il focus del rapporto è un argomento di grande attualità: il ruolo delle bioenergie e il contributo che il settore agricolo potrà dare alla lotta al cambiamento climatico.

Lo scorso 14 dicembre alla sede nazionale di Confagricoltura a Roma è stato presentato il XII rapporto Nomisma sull’agricoltura italiana, dedicato ad un argomento di grande attualità: il ruolo delle bioenergie e il contributo che il settore agricolo potrà dare alla lotta al cambiamento climatico.
Le bioenergie in agricoltura stanno vivendo negli ultimi anni una crescita particolarmente importante: si stima che abbiano raggiunto quasi 400 impianti a biogas per oltre 240 MW di potenza nel corso del 2011. In tale processo si è rivelata d e t e r m i n a n t e l’introduzione del meccanismo della Tariffa onnicomprensiva, che, con la sua semplicità e coerenza, si è dimostrata particolarmente adatta ad imprese di ridotte dimensioni come quelle agricole.
L’analisi delle ulteriori potenzialità riportata nel Rapporto dimostra inoltre come il comparto agricolo italiano possa mirare a fornire almeno 3 dei 17 punti percentuali (in termini di incidenza delle fonti rinnovabili sul totale dei consumi energetici) richiesti all’Italia dalla Direttiva 2009/28/CE, con cui l’Unione Europea ha sollecitato importanti sforzi ai propri membri da qui al 2020 in termini di consumi di energia da fonti rinnovabili e riduzione delle emissioni di gas serra. Se l’agricoltura riuscirà a raggiungere tale ambizioso obiettivo e a sfruttare questa opportunità di diversificazione dipenderà in prima battuta dagli agricoltori stessi. Ma è bene ricordare anche come al momento le tecnologie di produzione delle energie rinnovabili necessitino ancora di regimi di sostegno per poter essere competitive con le fonti fossili. Il ruolo del legislatore sarà quindi altrettanto importante, soprattutto in questi giorni, in cui si sta decidendo come verranno modificati i sistemi di incentivazione a partire dal 1° gennaio 2013.
Il Rapporto ha infatti dimostrato come l’attuale livello d’incentivazione garantisca marginalità adeguate al livello di rischiosità dell’investimento: in condizioni normali i margini reddituali non sono particolarmente elevati e sono spesso dipendenti da fattori esterni, come, in positivo, la valorizzazione del calore o, in negativo, la possibile riduzione delle ore di funzionamento per imprevisti. Di conseguenza haircut elevati delle tariffe potrebbero compromettere la crescita del settore. Per stimolare i produttori a migliorare l’efficienza si potrebbero prevedere, sulla base della positiva esperienza tedesca, una tariffa base ed una serie di bonus aggiuntivi per kWh prodotto/immesso in rete abbinati a comportamenti virtuosi quali ad esempio il recupero del calore, l’uso prevalente di sottoprodotti, residui o coltivazioni da filiera corta, l’utilizzo di coltivazioni di secondo raccolto ecc. D’altro canto, è altrettanto chiaro che lo sviluppo prospettato non dovrà interferire con le produzioni agroalimentari, e ciò si verificherà nella misura in cui si riuscirà a distribuire gli sforzi tra le matrici disponibili, le tecnologie e il territorio.
Al momento non sembrano sussistere gli estremi per un conflitto tra food ed energy, nonostante una proliferazione forse troppo veloce degli impianti di biogas abbia condotto a qualche criticità in termini di costi degli affitti dei terreni in alcune aree della Pianura Padana. Ma sembra questo costituire più un incidente di percorso, dovuto ad una mancanza di programmazione da parte dell’ente pubblico, che l’insorgere di una problematica in grado di sottrarre terreni alle filiere food, tanto più se si pensa come vi siano quote importanti di superfici non utilizzate sia al nord sia, soprattutto, nelle aree centro-meridionali del Paese.
Peraltro, fino ad ora si registra una sorta di divisione netta tra il nord, dove gli impianti a biogas agricolo crescono a ritmi sostenuti, e il resto del Paese dove si registrano pochissimi impianti e non vengono sfruttate importanti potenzialità in termini di coltivazioni oleose, di residui colturali, ma anche di nuove coltivazioni a basso fabbisogno idrico come miscanto, canna ecc., particolarmente adatte ad occupare terreni marginali.
Non va dimenticato infine come gli agricoltori non siano mai stati semplici produttori di alimenti e di materie prime per l’industria alimentare, ma partecipino da sempre anche a filiere no food: si pensi al tabacco, alle fibre (dal cotone alla lana fino alla canapa, per citare le più importanti), all’industria conciaria, all’amido di cereali che viene utilizzato dall’industria cartaria, dall’industria farmaceutica, dall’industria della colla, oppure agli stessi oli vegetali usati come combustibili per lampade o motori, in epoche ormai lontane in cui la filiera dei combustibili fossili aveva mosso solo i primi passi.

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