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Montagne e laghi, tutto cambia. Non sempre in peggio

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20.04.12
Claudio Barchesi
Capire il modo in cui l'ambiente si trasforma e si adatta alle mutazioni è necessario e richiede osservazioni su scala planetaria nel medio e lungo periodo. Un articolo apparso sull'Almanacco della scienza del Cnr fa il punto sulla situazione.

Effetto serra, riscaldamento globale, precipitazioni scarse e concentrate. Il clima sta sicuramente cambiando. Capire il modo in cui l'ambiente si trasforma e si adatta a queste mutazioni è necessario e richiede osservazioni su scala planetaria nel medio e lungo periodo. "Il primo progetto mondiale nato per coordinare le attività di studio sugli ecosistemi è stato Lter (Long Term Ecosystem Research), lanciato dagli Stati Uniti nel 1980 per promuovere la ricerca ecologica di lungo termine", spiega Roberto Bertoni dell'Istituto per lo studio degli ecosistemi (Ise) del Cnr. "Da qui sono nate le reti Lter International, Europe e, nel 2006, quella italiana".

Il libro 'La rete italiana per la ricerca ecologica a lungo termine' a cura di Roberto Bertoni, presentato nel corso di un convegno presso la sede centrale del Cnr, descrive le 22 stazioni ecologiche italiane e presenta alcuni loro risultati.

Dai dati emergono molti aspetti dei mutamenti in atto nell'ambiente, soprattutto in montagna. Sul Gran Sasso, nell'Appennino centrale, secondo quanto raccolto dal Corpo forestale dello Stato in circa 25 anni, solo il 50% circa delle specie vegetali d'alta quota è rimasto invariato. Circa il 10-15%, sono sparite perché legate a una lunga copertura nevosa e poco adatte a sopportare periodi prolungati di aridità. Un altro gruppo, circa il 10%, inizia a declinare. Il 40% circa, è costituito da 'invasori', sopraggiunti dalle quote più basse, più abituate all'aridità. Questi risultati sono l'effetto del generale cambiamento climatico osservato in tutta l'Italia centro meridionale, condivisi sia dalle stazioni sull'Appennino tosco emiliano, che mostrano l'espansione delle specie termofile verso le alte quote, sia sulle Alpi nord occidentali, che rilevano a 2.600 metri di quota temperature medie dei suoli più basse dovute allo scarso innevamento (la neve protegge il suolo dal gelo esterno), che altera il funzionamento degli apparati radicali delle piante.

Migliorano invece le condizioni di alcuni laghi subalpini, che dopo aver passato momenti di eutrofizzazione stanno lentamente migliorando, grazie a interventi di risanamento. "È il caso del Lago di Candia, prima eutrofo, che in seguito a un piano di risanamento promosso dal Cnr di Verbania ha registrato una riduzione della biomassa fitoplanctonica di circa il 50%", spiega Bertoni. "Lo stesso percorso virtuoso seguito dal lago d'Orta, dove la vita era scomparsa per colpa dell'inquinamento industriale e che oggi, grazie a interventi di decontaminazione, è tornato a ospitare i pesci. I nutrienti in soluzione sono diminuiti in modo rilevante anche nel lago di Como e nel lago Maggiore che, rispetto agli anni '80 ha diminuito del 60% la concentrazione di clorofilla, indice della produzione algale. Il lago di Garda continua invece a mostrare un contenuto ma progressivo aumento dello stato trofico".

A testimoniare quanto siano delicati gli equilibri ambientali il lago Maggiore: le acque sono più pulite, ma il pesce sta diminuendo". Una minore crescita algale ", commenta Pietro Volta, ittiobiologo dell'Ise-Cnr di Verbania, "comporta minori risorse alimentari disponibili per i pesci. A risentire di più delle variazioni le specie di interesse commerciale come il lavarello (Coregonus lavaretus), la bondella (Coregonus macrophthalmus), il pesce persico (Perca fluviatilis). Quelle alloctone sembrano invece adattarsi meglio e trarre vantaggio dalle mutate condizioni ambientali e climatiche".

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